100 anni dalla Marcia su Roma

Voci dalla «capitale della Rivoluzione fascista»

Se l’epiteto di «fascistissima» ha accomunato numerose città e cittadine italiane, quasi tante quante possono vantare di aver ospitato almeno una notte Giuseppe Garibaldi, «capitale» può essere una sola. Se non nella realtà, almeno nell’epica celebrativa di cui si nutre un regime.
Questa sorte è toccata a Perugia, capoluogo dell’allora Provincia dell’Umbria, dove i quadrumviri Michele Bianchi, Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi hanno atteso ad alcune fra le principali incombenze logistiche nell’imminenza della Marcia, e durante la stessa.

Marcia su Roma, Mussolini, De Vecchi, Bianchi su un palco
Mussolini circondato dai quadrumviri, Michele Bianchi alla sua destra e Cesare Maria De Vecchi alla sua sinistra [Fonte Archivio Luce]

Perché la scelta è ricaduta su una città, a conti fatti, tutt’altro che di prim’ordine nel panorama nazionale?
Intanto si tratta di un capoluogo, quindi fornito di tutte le strutture periferiche dell’Amministrazione civile il cui controllo è indispensabile nell’eventualità di un colpo di Stato, o comunque di cui occorre assicurarsi la neutralità e l’inoffensività.

Per i fascisti offre poi indubbi vantaggi da diversi punti di vista logistici e strategici: è relativamente vicina a Roma, lungo una delle direttrici previste per la Marcia ma, in caso di ripiegamento, non sarebbe facilmente raggiungibile da nutriti reparti dell’esercito regolare, perché mal servita dalle vie di comunicazione. Non a caso la vicina Foligno, snodo ferroviario di primaria importanza nell’Italia centrale, viene scelta come concentramento per la riserva, da attivare come protezione nel caso di ritirata dalla capitale. L’assembramento di camicie nere è, comunque, tutt’altro che irrisorio nella stessa Perugia: legioni, coorti e centurie di buona parte della provincia stringono infatti i quadrumviri in un cordone di sicurezza, lungo la cinta muraria etrusca e medievale della città.

I fasci perugini inneggiano al duce
I fascisti perugini inneggiano al duce, che sfila in automobile nel primo anniversario della Marcia su Roma, ottobre 1923 Perugia [Fonte Archivio Luce]

C’è poi un fattore di affidabilità politica: pur ben lungi dall’essere – nel 1922 come nei venti anni successivi – la «fascistissima» tanto celebrata, alla vigilia della Marcia Perugia garantisce comunque un ampio consenso ed è ormai saldamente sotto il controllo dei gerarchi del Pnf. Una situazione molto diversa, ad esempio, da quella della vicina Terni, dove i fascisti sono riusciti a scalzare la Giunta comunale socialista solo undici giorni prima e che sarà elevata a capoluogo di provincia solo cinque anni dopo.

Per narrare quelle giornate cruciali abbiamo scelto estratti del diario e delle memorie di due personaggi agli antipodi, l’uno testimone diretto e coinvolto, l’altro protagonista di quegli eventi.

FRANCESCO ALUNNI PIERUCCI
(1902-1985)

La prima voce è di Francesco Alunni Pierucci, figlio di mezzadri dell’alta Valtiberina umbra, al quale in tenera età un carro agricolo dell’azienda Buitoni ha fatto – accidentalmente – perdere l’avambraccio destro. Milita sin da giovanissimo nelle file socialiste, arrivando in breve a posizioni organizzative di responsabilità. Passa al neonato Partito comunista d’Italia nel 1921, ma l’anno successivo decide di raggiungere il padre e il fratello maggiore in Francia.

Foto segnaletica di Alunni Pierucci quando era vigilato dalle autorità di polizia
Foto segnaletica di Alunni Pierucci

Sempre fortemente impegnato nell’attività politica, nella Lega italiana per i diritti dell’uomo come nell’Unione popolare italiana (di cui diviene segretario), rientra periodicamente in Italia, tenendo i contatti fra le centrali dell’antifascismo all’estero e l’attività clandestina in patria. Nel 1940, dopo la capitolazione francese e l’instaurazione del regime di Vichy, viene arrestato: l’anno successivo è consegnato alla polizia italiana a Mentone e tradotto in diverse carceri, per essere infine assegnato al confino. Rientrato a Perugia nell’agosto 1943, è fra i principali responsabili dell’organizzazione comunista rientrata di lì a poco in clandestinità, fino a un nuovo arresto nel febbraio 1944. Dopo la liberazione della città a fine giugno 1944, viene incaricato di ricostruire e dirigere la Camera del lavoro e si impegna

attivamente anche nel settore cooperativo. Nel 1947 è responsabile nazionale delle tabacchine, conducendo questa categoria al primo contratto collettivo nazionale di lavoro.
Nel dopoguerra, oltre a dedicarsi a numerose attività imprenditoriali cooperative, dall’edilizia alla panificazione, diviene senatore nelle liste del Pci.
Entrando per la prima volta a Palazzo Madama viene accompagnato da Sandro Pertini, che lo presenta a tutti come suo ex padrone: nel 1928, a Nizza, il futuro Presidente della Repubblica era stato infatti per un periodo alle dipendenze della ditta di verniciatura dei fratelli Pierucci.
Non rieletto a fine mandato, Pierucci diviene per due consiliature sindaco di Città di Castello.

1921-1922. Violenze e crimini fascisti in Umbria. Diario di un antifascista è un insieme di annotazioni e riflessioni che l’autore redige in tempo reale, custodisce e porta con sé in Francia, affidandole alla sorella allorché, a metà anni Trenta, decide di abbandonare Nizza per Tolone. Come spesso accade in questi casi, con il passare dei decenni il diario viene ritenuto smarrito; riemerge da un baule dimenticato nei primi anni Settanta, quando la violenza politica torna nelle vie italiane e colpisce la famiglia di Pierucci, nella persona di suo figlio.

1921-1922. Violenze e crimini fascisti in Umbria. Diario di un antifascista

OSCAR UCCELLI
(1894-1971)

La seconda voce è quella di Oscar Uccelli. Avvocato perugino, combatte come tenente di Fanteria durante la Grande guerra. Iscritto ai Fasci nel gennaio 1921, è da subito in prima linea nello squadrismo e ai vertici del movimento in Umbria al momento della Marcia su Roma, in qualità di segretario federale di Perugia. Per sei anni, fra il 1923 e il 1929, guida la prima Giunta comunale fascista del capoluogo (a succedergli è il noto imprenditore Giovanni Buitoni), diventando podestà al momento dell’istituzione della carica.

Oscar Uccelli
Oscar Uccelli

Dal 1929 scala i vertici dell’Amministrazione civile dello Stato: promosso Prefetto, ricopre questa carica in diverse città italiane, fino a diventare Vicegovernatore di Roma nel 1941.
Rimosso da ogni incarico nell’estate 1943, sposa la causa della Repubblica sociale italiana e rientra subito nei ranghi da protagonista, vedendosi assegnata la Prefettura di Milano. Qui rimane Capo della provincia fino al gennaio 1944, risultando così fra i massimi responsabili

dei provvedimenti adottati a seguito dell’uccisione del federale Aldo Resega. Viene poi trasferito a Maderno, con la carica di Direttore generale dell’Amministrazione civile del Ministero dell’Interno.
Processato e condannato (non a morte, a differenza del suo diretto superiore, il Ministro Guido Buffarini Guidi) già nel 1945, sconta solo un paio di anni di carcere.

Il fascismo nella capitale della Rivoluzione è un pamphlet che Uccelli dà alle stampe nel primo anniversario della Marcia su Roma, affermando di trarlo «dagli affrettati appunti del mio taccuino ove son segnate le date degli avvenimenti culminanti di quasi tre anni di battaglie combattute e vissute indossando la camicia nera». Evidentemente affrettati, in quanto non mancano errori e dimenticanze funzionali. È arricchito da una prefazione di Giuseppe Bastianini, altro iniziatore del fascismo a Perugia e in Umbria, poi ai vertici sia del partito che dello Stato, fino a divenire Governatore della Dalmazia e, successivamente, Sottosegretario agli Esteri per qualche mese nel 1943; in seguito è fra i membri del Gran consiglio – come l’altro umbro che ne fa parte, Tullio Cianetti – a votare a favore dell’ordine del giorno Grandi il 25 luglio.

Il fascismo nella capitale della Rivoluzione

Ottobre 25 – FASCISTI A CONGRESSO

La marcia su Roma promessa circa due anni fa da D’Annunzio ai suoi legionari sarà effettuata dalle camicie nere di Mussolini? Sembra di sì. I fascisti, riuniti in congresso a Napoli hanno parlato un linguaggio che non ammette equivoci. Hanno detto chiaro e tondo che, con le buone o con le cattive, andranno al governo. […]
Che cosa fa il governo di fronte alla minaccia di Mussolini […]? Come sempre il Presidente del Consiglio On. Facta «nutre fiducia». […] C’è chi spera ancora – e tra questi senz’altro l’On. Ministro Presidente del Consiglio – in un intervento del re, come se egli non avesse sempre avallata la politica filofascista dei suoi governi. […]
Solo una generale rivolta popolare potrebbe impedire la «marcia fascista».
Ma promossa e diretta da chi?

Il ritorno da Napoli fu affrettato e silenzioso, c’era nell’aria il presagio dell’ora vicina, i cuori traboccavano di letizia e i volti erano sereni. […]
I Fascisti perugini dovevano consegnare, nella notte del 27 al 28, la città nelle mani del Comando Supremo Fascista che si sarebbe dovuto insediare all’Hôtel Brufani. […]
Soltanto i capi seppero quali gravi responsabilità pesavano sulle loro spalle e si posero al lavoro per l’inquadramento delle squadre silenziosamente, segretamente ma con intima gioia nei cuori. A tarda notte gli ordini cifrati partirono e in tutta la provincia cominciò il lavoro tenace e silenzioso della preparazione.
La giornata del 27 passò senza che dei preparativi nulla trapelasse. Anche l’ultimo squadrista seppe tacere. […] Nella mattinata giunse Michele Bianchi che si riunì subito in colloquio con Bastianini, Agostini e Pighetti [gerarchi perugini, ndr]. A notte arrivarono De Bono, Balbo e De Vecchi. Tutti e tre con Michele Bianchi presero alloggio all’Hôtel Brufani.

Squadristi a guardia dell’Hotel “Brufani” di Perugia, sede dei quadrumviri
Squadristi a guardia dell’Hotel “Brufani” di Perugia, sede dei quadrumviri

Ottobre 26 – MOBILITAZIONE FASCISTA

Il fascismo accelera i tempi per la scalata a Montecitorio, mentre il governo ritarda l’azione per impedirgli l’accesso. […]
È ridicolo e allo stesso tempo penoso, vedere l’On. Facta, quest’ometto magro e baffuto, dimenarsi, affannarsi per tentare di tappare la falla che ha contribuito, con le sue stesse mani ad allargare e renderla più minacciosa. […]
Intanto l’Alto Comando fascista ha decretato la mobilitazione delle coorti indicando i seguenti punti di concentramento: Perugia, Civitavecchia, Monterotondo e Tivoli.

Perugia fu cinta da una invincibile e poderosa fascia di camicie nere che attesero l’ordine d’attacco in serenità e con disciplina perfetta. […]
Il quartier generale con De Bono, Bianchi, Balbo, Mastromattei e Crespi era sempre all’Hôtel Brufani. […] Alle ore 23,45 del 27 ottobre Pighetti, Crespi e Mastromattei seguiti dal comandante della centuria di Città di Castello entrarono in Prefettura per andare ad imporre al prefetto Franzé la resa senza spargimento di sangue. […]
Questi momenti d’attesa tragici sembrarono interminabili. […] Alle 24,15 i cancelli [della Prefettura, ndr] sui quali s’appuntavano gli sguardi dei legionari celati nelle vicinanze erano ancora inesorabilmente chiusi. Il dubbio dell’arresto dei tre parlamentari cominciò a prendere la forma della realtà. […] Bastianini con Felicioni e Regis ormai più non dubitando di questo arresto, ebbero una idea subitanea ed eroica: pur votandosi al sacrificio per risparmiare una carneficina, si recarono nei sotterranei della Prefettura pronti a farla saltare in aria. Pochi secondi prima delle 0,30 il cancello centrale della Prefettura si aprì per dare il passo a Mastromattei. Egli portò la notizia tanto attesa: il Prefetto aveva ceduto. […]
Dal Brufani uscì immediatamente il generale De Bono che ordinò al Comandante della Regia Guardia di far rientrare i suoi uomini in caserma e di tenerli a sua disposizione. L’ordine fu immediatamente eseguito e le regie guardie nell’abbandonare il loro posto applaudirono all’eroico Generale.

Marcia su Roma, Mussolini a Piazza del popolo [Fonte archivio Luce]
Marcia su Roma, fascisti nel saluto romano a bordo di un'automobile [Fonte Archivio Luce]

Ottobre 28

Il governo ha proclamato lo stato d’assedio e tutti i poteri passano perciò nelle mani dell’autorità militare. I fascisti sono costernati, non sanno che pesci pigliare. Sembra che una volta tanto siano essi ad essere stati «fregati».
I fascisti, arrabbiatissimi e delusi di vedere interrotta la gloriosa «marcia» così bene iniziata, hanno pensato di vendicarsi facendo il giro delle tipografie per impedire la pubblicazione del proclama del Comando militare, ma ne hanno dimenticata una, la Tipografia Guerra, la quale ignorando il divieto fascista ha dato corso alla pubblicazione del proclama.
Ma appena questo è stato affisso sulle mura cittadine, i fascisti, non volendosi dichiarare vinti, si sono mobilitati, e con la punta della baionetta si sono dati un gran dafare per strappare i manifesti. Ovviamente quello degli squadristi era un gesto sciocco, un dispettuccio che non serviva a nulla. Di questo si è reso subito conto il comando fascista che ha ritenuto più tattico e producente, visto che il Comandante di Divisione aveva preso sul serio il compito che gli era stato assegnato, mostrarsi ossequienti alle leggi e perciò ha fatto pubblicare il seguente manifesto […].
Nonostante la sviolinata all’indirizzo dell’esercito e gli eja e alalà per l’Italia e per il re (stranamente non è stato fatto il nome del «duce») il generale esige lo sgombero immediato del palazzo della Posta […]. Ricevuto un netto rifiuto dal comando fascista il generale Pedrazzi affida il compito al presidio della guardia regia. Erano circa le diciassette quando il generale Carnaro, al comando di un forte contingente di guardie regie in pieno assetto da guerra, si mette in marcia per dare l’assalto alla Posta e sgomberarla degli indebiti occupanti. La situazione assumeva forme drammatiche. […]

La giornata grigia di ottobre trovò per le strade di Perugia una folla enorme di camicie nere. I buoni cittadini che, nella gran maggioranza non s’erano accorti degli avvenimenti della nottata, ebbero notizie del grande avvenimento dal proclama affisso sui muri. Tutte le vie della città furono rallegrate di tricolori e una intensa letizia animò le arterie principali di Perugia in quella storica giornata. […]
L’armamento delle camicie nere fu la maggiore preoccupazione dei Quadrumviri ma le armi come per incanto, sembrarono scaturir fuori dalla terra, tanto che il Generale De Bono allorché vide la «Disperatissima» e la «Satana» [due famigerate squadre umbre, ndr] circolare per le vie con due superbe mitragliatrici postate su auto-vetture dovette non poco rallegrarsene.
Mentre la rivoluzione fascista si era impossessata di tutti i posti di Comando ed aveva in mano, con intensa felicità delle popolazioni, i destini della regione intiera si sparse insistente la voce, confermata subito dai fatti, che l’autorità militare aveva avuto ordine dal governo di Facta e di Taddei di assumere i poteri civili e di proclamare lo stato d’assedio.
Il Comando fascista all’annuncio ufficiale di questo ordine rafforzò la vigilanza armata intorno alla Prefettura e al Palazzo postale e dopo aver sbarrato le vie del centro con cordoni di legionari si preparò a tener d’occhio ogni movimento di truppa ordinato dal Generale Petracchi comandante la Divisione. […]
La «Disperatissima» constatato che la stazione della Radio era in funzione con un’azione di sorpresa immobilizzò i militi del Genio addetti a quel servizio e rese inservibili gli apparecchi radio-telegrafici.

Marcia su Roma, Mussolini in camicia nera fra i quadriumviri
Marcia su Roma, Mussolini in camicia nera fra i quadriumviri [Fonte Archivio Luce]

A dare una risposta a questi interrogativi, giunse in quell’istante trafelato, il generale De Bono, con l’ordine che lo stato d’assedio era stato revocato. […]
Rincuorati e fatti subitamente spavaldi, i fascisti, si misero a gridare: A Roma, a Roma!
E la marcia su Roma che doveva essere un’eroica impresa e poteva assumere forme cruente, si è risolta in una solenne pagliacciata. A Roma ci andarono chi a mezzo camion, chi a mezzo ferrovia. Mussolini, che in qualità di «duce» delle camicie nere doveva essere alla loro testa se ne era stato tranquillamente rintanato a Milano e la «marcia» l’ha fatta in un confortevole vagone letto.

L’ora tragica passata la notte sul 28 tornò con istanti d’indescrivibile emozione, poiché tutti ormai erano persuasi che non si sarebbe potuto evitare uno scontro militare tra esercito e legionari. Le camicie nere comprese della responsabilità dei propri capi si sarebbero sacrificate sino all’ultima pur di non lasciare nelle mani dell’iniquo governo di Facta i propri condottieri. Tutte le squadre più munite si posero con mitragliatrice alla sede del Comando. Mentre il Generale di Divisione stava dando disposizioni per la rioccupazione dei pubblici edifici, il Quadrumvirato fascista ordinava al concentramento di Foligno – forte di ottomila camicie nere – di tenersi pronto a raggiungere Perugia in completo assetto da guerra in 40 minuti. La tipografia Donnini [che fino alla Liberazione avrebbe mantenuto nel nome l’indicazione “Tipografia della Rivoluzione fascista”, ndr] che ricevette dal Generale Petracchi il manifesto con il quale si comunicava alla cittadinanza l’ordine di assunzione dei poteri da parte dell’autorità militare, si rifiutò di stamparlo. Il tenente Ancillotti, per incarico del Comando Supremo Fascista, impose alle tipografie Santucci, Bartelli e Cooperativa, di non stampare questo manifesto. La tipografia Guerra alla quale nessuno aveva pensato, priva d’istruzioni, fece gemere i torchi e stampò il manifesto in parola che appena affisso fu lacerato dai legionari. […]
Alle ore 11,15 il Generale di Brigata Cornaro fu introdotto dal picchetto del Brufani in presenza del Generale De Bono. Il colloquio fra i due fu brevissimo ed il Cornaro fu ricondotto da una scorta d’onore di legionari al Comando di Divisione.
Alle 12,30 il Comando Supremo Fascista intercettò un nuovo telegramma proveniente da Roma e diretto all’autorità militare. Questo dispaccio portò una notizia che rianimò e fece lieti i legionari e tutti i cittadini: lo stato d’assedio proclamato dalla Capitale poche ore prima era stato tolto. […] Tutti ormai fidavano nella completa vittoria che era costata oltre al temerario ardimento, ore di trepidazione infinita.
Da Roma continuavano a pervenire notizie contraddittorie […], e c’era chi affermava che il concentramento di Foligno costituito in massima parte di camicie nere della forte Toscana, marciava alla volta della Capitale.
In città gli accantonamenti dei legionari e i posti di guardia, risuonavano, ora che la vittoria per mille segni sembrava raggiunta, dei gloriosi canti di festa degli audaci combattenti fascisti. Nonostante l’ordine di revoca dello stato di assedio, il Generale Petracchi volle insistere nella rioccupazione del Palazzo postale. Le regie guardie con alla testa il Generale Cornaro sfilarono per via Mazzini pronte all’assalto dell’edificio il quale era presidiato dalla «Disperatissima» con mitragliatrici e dalle coorti di Marsciano e di Città di Castello. Fu questo, forse, il momento più tragico delle giornate di Perugia. […] Tra i due fuochi stavano pallidi e risoluti i comandanti. Il Generale Cornaro, prode ufficiale, era abbattuto e perplesso. Non sapeva venir meno al suo dovere di soldato e pur tremava nell’intimo suo cuore d’italiano all’orrenda visione dell’inevitabile fratricidio. Bastianini con Regis, Ancillotti, Mastromattei, Graziani, Patrizi furono, negli attimi tragici, vicini al Generale per convincerlo, con frasi che sembravano comandi, di ricordare che gran parte dei legionari posti di fronte alla regia guardia erano stati gli artefici della gloriosa epopea di Vittorio Veneto. Giunse in tempo a por termine allo spasimo angoscioso, il Generale De Bono con l’on. Pighetti che, fattisi largo tra le due schiere armate, portarono al Generale Cornaro la notizia che il Re aveva dato mandato all’on. Mussolini di costituire il nuovo Governo.
Le regie guardie furono allontanate tra scroscianti applausi e grida di «evviva all’Esercito» al Re e al Duce del Fascismo. Erano le 17,45 del 28 ottobre, finalmente da tutti i petti dei legionari vittoriosi poté erompere il grido per molte ore represso: «A Roma! A Roma!». La battaglia intrapresa con un impeto di passione che non ha l’eguale nella storia, era vinta e l’Italia poté ben dirsi in quell’ora, esser tornata per sempre agli italiani.

Marcia su Roma, le camicie nere sfilano in piazza Venezia sollevando il braccio nel saluto fascista
Marcia su Roma, le camicie nere sfilano in piazza Venezia sollevando il braccio nel saluto fascista [Fonte Archivio Luce]

Ottobre 29 – PROCLAMA DEL QUADRUMVIRATO

Prima di ripartire per Roma […] De Bono e Bianchi […] insediarono alla direzione della regione il seguente Quadrumvirato: On. Gallenga, On. Pighetti, Bastianini e Felicioni. Da questo fu lanciato alla popolazione il seguente proclama:
«Cittadini dell’Umbria! A nome del Quadrumvirato Supremo Fascista assumiamo i poteri governativi per la provincia dell’Umbria.
Esercito, R.R. Carabinieri, Guardia regia, sono stati pienamente solidali con le schiere fasciste nel gesto coraggioso di forza e di autorità […]
I principi fondamentali che reggono la civile convivenza restano saldi e sicuri: e così il principio della proprietà e così il dovere del lavoro.
Per l’Italia, per il Re, per il fascismo interprete degli alti destini della Patria. Eja, Eja, Alalà».

Marcia su Roma, Mussolini con i quadrumviri alla Porta del Popolo [Fonte Archivio Luce]
Marcia su Roma, in una via cittadina ragazze donano fiori agli squadristi [Fonte Archivio Luce]

Ottobre 30

I monarchici perugini, che avevano sostenuto ed alimentato il fascismo umbro, paghi dei risultati ottenuti, fecero pubblicare ed affiggere il seguente manifesto […].
Il Comitato Direttivo dell’Associazione Nazionale Combattenti di Perugia, costituito prevalentemente da fascisti e filo-fascisti, non ha voluto essere da meno ed ha lanciato il suo manifesto di giubilo per lo storico e fausto evento: […].
Offesa più grave non poteva essere rivolta ai veri combattenti: ai vivi e ai morti.

Roma era la meta della rivoluzione mirabile ed a Roma il Comando supremo fascista, volle che convergessero i legionari meravigliosi di tutta Italia. Le vie luminose di gloria che conducono alla Città eterna dei Cesari, furono ripercorse il 29 ottobre. Le legioni umbre, con a fianco le associazioni Combattenti, puntarono ardite su Roma luogo d’adunata e di concentramento. […]
Le camicie nere dell’Umbria furono degne della medaglia d’oro che le comandava e non fallirono la sua aspettativa che le aveva attese «a prove più grandi».
Benito Mogioni, gloriosa camicia nera di Salci, terra dell’Umbria, cadde alle porte dell’Eterna. Dal sangue dell’eroico fascista umbro, che inumidì le zolle della via luminosa e dal sangue di tutti i morti per la Patria immortale, nacque il nuovo destino della stirpe e fu veramente, il 29 d’ottobre, riveduto fiammeggiante il volto d’Italia quale aveva fiammeggiato sul Piave.

Marcia su Roma, Mussolini, De Bono, de Vecchi, sfilano in una strada tra le camicie nere
Marcia su Roma, Mussolini, De Bono, de Vecchi, sfilano in una strada tra le camicie nere [Fonte Archivio Luce]

Ottobre 30 – SPELLO

Il giorno della «marcia» è stato contrassegnato da un orrendo, mostruoso delitto commesso dai fascisti di Spello. Vittima dell’atto vile e criminoso, è stato il diciannovenne Guerrino Bonci. […]
Il giovane s’incamminava tranquillamente verso Torre Quadrana per fare visita alla sorella, moglie del compagno socialista Ferrata, anch’egli a suo tempo selvaggiamente aggredito e bastonato, quando s’imbatté […] in un manipolo di camicie nere in assetto da guerra, dirette a Bevagna per raggiungere il concentramento della milizia fascista pronta in attesa di marciare su Roma. Appena lo videro, gli assassini, gli furono addosso come cani arrabbiati e lo colpirono ripetutamente a colpi di pugnale. […] Il giovane Bonci era un fervente antifascista, un coraggioso Ardito del Popolo, uno strenuo combattente per la causa della classe lavoratrice a cui apparteneva. Perciò inviso ai signorotti del paese e odiato dai fascisti. Questo il solo motivo per cui è stato barbaramente assassinato.

Marcia su Roma, un garibaldino in piedi su una carrozza ferma in piazza del Popolo
Marcia su Roma, un garibaldino in piedi su una carrozza ferma in piazza del Popolo [Fonte Archivio Luce]

Novembre 3 – MARSCIANO

Dopo una chiassosa manifestazione in onore della «vittoriosa marcia su Roma», alcune squadre di camicie nere marscianesi, hanno compiuto un rastrellamento di comunisti e socialisti. Circa una quarantina di compagni, sotto la minaccia del manganello e della rivoltella, sono stati concentrati nella piazza principale del paese, ove era stata allestita una tavola sulla quale facevano bella mostra vari recipienti di olio di ricino. A ogni «sovversivo» è stato fatto bere un bicchiere di olio.

Un anno esatto dopo la presa del potere, Mussolini visita per la prima volta la «capitale della rivoluzione». È l’occasione, fra l’altro, per scoprire una lapide sulla facciata dell’Hotel “Brufani” che aveva ospitato i quadrumviri:

Qui fu prima riveduto il volto d’italia quale aveva fiammeggiato sul piave. di qui il nuovo destino della patria mosse e fu storia
XXVIII ottobre MCMXXII – XXX ottobre MCMXXIII

Questo albergo di lusso è a pochi passi dal palazzo della Prefettura, che al tempo ospitava anche la Questura. Questi sono stati, per tutto il Ventennio e particolarmente durante la dominazione tedesca e la Rsi, pure luoghi di sofferenza e di prevaricazione, di violenza talvolta mortale per gli antifascisti, come dappertutto.
La toponomastica dell’Italia repubblicana ha reso giustizia a quello spazio fra i due palazzi, un rettangolo di un centinaio di metri per una ventina, che fra il 27 e il 30 ottobre di cento anni fa ha visto brulicare di nero mentre svanivano i colori meno ridondanti degli abiti classici dei funzionari dello Stato: Largo della Libertà.

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