I PRIMI RESISTENTI

Seicentomila No!
Gli Internati militari italiani

Nel momento in cui viene diffusa la notizia dell’armistizio, le Forze armate italiane contano ancora su oltre 3 milioni di uomini, 650.000 dei quali fuori dai confini nazionali. Sin dalle prime ore del 9 settembre, nel generalizzato sbando della linea di comando ne viene catturato dai tedeschi circa 1 milione.

Non possiamo […] omettere di ricordare che anche la vicenda degli Imi ha fatto parte del colossale processo di dominazione dell’Europa messo in moto dal regime nazionalsocialista. Per noi italiani è stato uno dei momenti rivelatori della responsabilità del regime fascista verso il popolo italiano prima ancora che verso l’Europa.
[Enzo Collotti, Introduzione, in Pier Paolo Poggio (a cura di), Gli Internati Militari Italiani tra storia e memorialistica, Grafo, Brescia 2008, p. 5]
"La lunga strada del ritorno", film-documentario del 1962 di Alessandro Blasetti

Diversi sono i fattori che hanno portato a un simile disastro, risalendo già ai giorni successivi alla caduta di Mussolini. All’accentuata diffidenza di Hitler verso l’Italia, si abbina il lavoro sottotraccia dei comandi delle sue Forze armate, finalizzato all’eventuale occupazione dell’Italia, alla presa di possesso di tutti i suoi centri nevralgici e alla neutralizzazione del suo potenziale militare.
È così che, già nella notte fra l’8 e il 9 settembre, quel piano può essere dispiegato in tutta la sua pervasiva efficacia, anche nei confronti degli uomini in grigioverde. Il resto lo fa lo sbando del re, del Governo e dello Stato maggiore, che si irradia a tutti i comandi periferici, per un crollo favorito anche dalle incongruenze del testo armistiziale.

Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.

Il 12 settembre Mussolini è liberato da Campo Imperatore e condotto in Germania. Qui viene ridata vita a uno Stato fascista, ufficializzato il 23 settembre, che poi assume il nome di Repubblica sociale italiana. Riconosciuta solo dai pochi alleati rimasti, non è accreditata nemmeno in Vaticano.

Ai soldati e ufficiali catturati viene prospettata la sola scelta se continuare la guerra a fianco del vecchio e fedele alleato, o divenire suo prigioniero. Questioni di forma e di sostanza si intersecano sull’accezione del termine prigioniero, ma il fatto è che la Germania prende prigioniero un esercito regolare di uno Stato ancora alleato; che anche quando il Regno d’Italia diviene nemico, una parte consistente di quegli uomini proviene da uno Stato che è alleato del Reich, la Rsi.

Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti
Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti

Ulteriore beffa e ferita, la Rsi diviene ufficialmente protettrice di questi prigionieri, anche se a norma del diritto internazionale tale qualifica poteva spettare solo a uno Stato terzo e neutrale. Il bieco vantaggio è però reciproco: Hitler ha ancora di più mano libera per sfruttare questo nuovo serbatoio di braccia; Mussolini, fra le carte che gioca per accreditare il suo nuovo Stato di fronte all’opinione pubblica italiana, può vantare anche questo ruolo. Se non fosse che quegli uomini che protegge, le cui divise cominciano a logorarsi, uniformi estive perché sono stati presi a inizio settembre, con le quali avrebbero affrontato due inverni nei lager, sono cittadini italiani e provengono anche da territori posti sotto il suo controllo, non soltanto sotto quello del “Re fellone”. Non sono prigionieri bensì internati, come se il termine possa configurare una migliore condizione.

Il diritto internazionale, in forza di accordi sottoscritti anche dall’Italia e dalla Germania, prevede e tutela rigorosamente la figura del prigioniero di guerra. In questa condizione i soldati italiani permangono, più nella forma che nella sostanza, per nemmeno due settimane: il 20 settembre 1943, tre giorni prima dell’atto di nascita della futura Rsi, Hitler dispone la loro trasformazione in Internati militari italiani, figura estranea a ogni codice.
Oltre al fatto che tutto avviene quando il loro destino è già segnato, trovandosi già in prigionia, comporta il non applicare nei loro confronti nessuna delle previsioni di tutela sancite in più di una conferenza a Ginevra, negli anni Venti e Trenta.

Oltre 800.000, fra i soldati catturati dopo l’armistizio, sono caricati su carri bestiame e deportati in Germania. Mancano coloro i quali sono riusciti a fuggire, nella concitazione fra la cattura e la traduzione in prigionia; una percentuale infinitesimale che – per varie ragioni – è stata rilasciata; quelli che dimostrano subito fedeltà all’alleato e sono circa 94.000, in massima parte Camicie Nere.
Considerando che, dopo l’ingresso nei lager, sono attorno a centomila quelli che optano per il nazismo e il fascismo repubblicano, rimangono fra 600 e 650.000 coloro che dicono NO!
Almeno in 40.000 non avrebbero fatto ritorno a casa: uccisi, morti di fame o di malattia, sul lavoro sotto le bombe alleate che piovono quotidianamente sulla Germania.

internati militari
Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti
Ma quando lo stomaco è pieno, non siamo ancora contenti, colmata la fame, viene alla ribalta l’incolmabile desiderio di libertà, che abbiamo ormai perduto da ben sei mesi.
[Sottotenente Pietro Pizzoni, 9 marzo 1944]

Ai prigionieri di guerra è destinata una parte specifica del sistema concentrazionario nazista, campi denominati Stalag se per soldati e sottufficiali, Oflag se riservati agli ufficiali. Quanto al lavoro, la sorte degli Imi, se soldati o sottufficiali, è segnata sin dall’inizio: non vi è scelta, ma obbligo. Fino a inizio 1945, i gradi superiori vengono in questo risparmiati. Con o senza stellette, a legare le loro vite c’è un Gefangenennummer in luogo del nome e del cognome, l’assegnazione in baracche con letti a castello e pagliericci, la fame e il freddo, la distanza che sembra incolmabile da casa. Non essere prigionieri di guerra comporta non avere la protezione della Croce Rossa Internazionale, per la verifica delle condizioni igienico-sanitarie e per lo scambio con le famiglie di corrispondenza e pacchi.

Internati militari
Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti
"Fronte interno - La confezione dei pacchi- dono per i prigionieri e per gli internati" | Nelle case le donne confezionano i pacchi dono per i loro cari. In un ufficio le modalità di consegna e spedizione. I pacchi confezionati sono caricati sui vagoni. Dettaglio di una destinazione: M. Stammlager XI. B. | [Fonte: Archivio Luce]

L’arrivo nei campi è segnato anche dal secondo, non irrevocabile ma per quasi tutti irreversibile, momento della scelta. E in oltre 600.000 confermano il rifiuto. Lo ribadiscono anche successivamente, quando la Rsi invia i suoi emissari per cercare di riguadagnare questi uomini alla causa; e, finché Hitler non pone il veto nel febbraio 1944, per arruolarsi nelle ricostituite Forze armate fasciste. Sono passate settimane, mesi, magari si è cambiato campo e sono peggiorate le condizioni; non vengono toccate soltanto le corde dell’onore e della fedeltà, ma anche quelle intime della famiglia e materiali di una paga, una divisa pulita, pasti regolari e degni di un soldato.

Per quanto indebolito dalla denutrizione mi sento ancora lontano dal dover cedere per fame: mi ripugna il solo pensiero di dover collaborare, anche minimamente, con chi attraverso il mio internamento ho imparato ad odiare sempre di più, mentre un tempo stimavo.
[Sottotenente Pietro Pizzoni, 27 gennaio 1944]

Le visite degli ufficiali della Rsi, spesso ex Imi “redenti”, si diradano, infine cessano. L’unico martello che insiste è la propaganda, a mezzo radiofonico e tramite “La Voce della Patria”, foglio dedicato ai militari italiani internati diffuso dall’Ambasciata della Rsi a Berlino. Non uno, fra gli ex Imi, che abbia speso anche una sola parola tenera verso questi messaggi.

internati militari
Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti

Gli Stalag e soprattutto gli Oflag, popolati da ufficiali quindi uomini di livello culturale superiore, oltre che per lungo tempo non obbligati al lavoro, sono luoghi di resistenza anche culturale, di azione dell’ingegno, di discussione e dibattito, di insegnamento. Piccole biblioteche, cicli di lezioni e conferenze, radio clandestine come la “Caterina” di Sandbostel; rullini di foto scattate di nascosto, che divengono archivi preziosi come quello di Vittorio Vialli; collezioni di disegni, acquerelli e incisioni.

Qui trascorrono due anni tanti che avrebbero illustrato la vita politica, culturale-artistica e scientifica, economica e industriale dell’Italia repubblicana. Uno su tutti Giovanni Guareschi, che prima di creare Peppone e Don Camillo, da Imi ha redatto un Diario clandestino che rimane uno dei testi più significativi e originali su questa prigionia.

Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti
Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti

Cittadini di un’Italia che, per troppo tempo, non ha tenuto conto di loro. Un iniziale oblio e una perdurante noncuranza sorretti da ragion di Stato e paradigmi autoassolutori, figli di un «complesso intreccio di elementi giuridici, politici, morali e storici» dove le responsabilità spettano all’Italia e ai suoi vuoti come società e opinione pubblica, classe politica e dirigente; come alla Germania, prima e dopo il 1989.
Pure con lentezza, in parte colpevole, rispetto alla memorialistica uscita già nella seconda metà degli anni Quaranta, gli storici dai primi anni Ottanta iniziano a fare il loro mestiere anche riguardo agli Imi, raccogliendo e studiando documentazione, offrendola alla comunità scientifica e al pubblico, valorizzandone la memoria e scrivendone la storia. Anticipati in qualche raro caso, come quello di Vittorio Emanuele Giuntella, da chi oltre a provenire dalla prigionia, uno storico lo era di mestiere.

Perché è proprio l’oblio delle passate tragedie che ne prepara di nuove. Si scrive, allora, per sopperire alla labile memoria umana, ma poi chi si ricorda di leggere? […] Tuttavia, io dovevo mantenere la promessa, fatta a me ed ai miei compagni, di testimoniare un giorno il calvario degli internati militari italiani […]: però avevo paura di dover riscrivere tutto daccapo, temevo di dover affrontare una fatica […] alla quale non mi sentivo assolutamente preparato perché chi lavora rarissimamente riesce a scrivere.
[Adalberto Alpini, Baracca Otto. I giorni della fame, L’Arciere, Cuneo 1985, pp. 5-6]
Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti
Biblioteca-Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Fondo ANEI, Album Paride Piasenti

Alla mancata punizione dei crimini si è assommato il misconoscimento dei diritti dei reduci, privati anche della doverosa assistenza, nonostante l’impegno delle loro Associazioni costituite addirittura prima del rientro dalla prigionia, come l’Anei, o immediatamente dopo nel caso dell’Anrp. Sebbene i vertici istituzionali, da un ventennio almeno, dimostrino di aver abbandonato certi atteggiamenti, spetta ancora oggi a loro tramandare la storia, conservare la memoria e sostenere le rivendicazioni degli ormai pochi sopravvissuti e dei loro familiari. Figli e nipoti di quelli a cui venti mesi dietro al filo spinato hanno fruttato qualche decina di euro in più sulla pensione.

Al tripudio della vittoriosa liberazione, all’orgoglio della guerra di riscatto combattuta dai partigiani sfuggivano tanto il valore simbolico della Resistenza degli Imi, quanto gli enormi effetti pratici della loro scelta.
[Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino 2006, p. 202]
Il Museo degli Internati Militari Italiani (Roma – ANRP)

Fonti

Bibliografia minima [esclusa la memorialistica a firma dei reduci]:
• Vittorio Emanuele Giuntella, Gli italiani nei campi di concentramento nazisti, ERI, Roma 1967; Il nazismo e i lager, Studium, Roma 1979.
• Nicola Della Santa (a cura di), I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, Giunti, Firenze 1986.
• Angelo Bendotti (a cura di), Prigionieri in Germania. La memoria degli internati militari, Il filo di Arianna, Bologna 1990.
• Gerhard Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945. Traditi, disprezzati, dimenticati, Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, Roma 1992 (1990).
• Nicola Labanca (a cura di), Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1939-1945), Atti del Convegno (Firenze, 23-24 maggio 1991), Le Lettere, Firenze 1992.
• Ugo Dragoni, La scelta degli I.M.I. Militari italiani prigionieri in Germania, Le Lettere, Firenze 1996.
• Nicola Labanca (a cura di), La memoria del ritorno. Il rimpatrio degli Internati militari italiani (1945-1946), Giuntina, Firenze 2000.
• Gabriele Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania. 1943-1945, il Mulino, Bologna 2004 (2002).
• Pier Paolo Poggio (a cura di), Gli Internati Militari Italiani tra storia e memorialistica, Grafo, Brescia 2008.
• Mario Avagliano e Marco Palmieri, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti. 1943-1945, Einaudi, Torino 2009; I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi, il Mulino, Bologna 2020.
• Sabrina Frontera, Il ritorno dei militari italiani internati in Germania. Dalla “damnatio memoriae” al paradigma della Resistenza senz’armi, Aracne, Roma 2015.